Come ti gira dopo un colpo di pistola
ti vedo un po' a corto di numeri.
Adesso.
Le gocce impattano pesanti sulla pelle nuda, scivolano sugli zigomi, lungo il collo, seguono la linea delle labbra, rotolano sull’asfalto bollente.
Contraggo le dita delle mani, le unghie grattano il selciato, piccole schegge nerastre s’insinuano a contatto con la carne viva, niente dolore.
Il temporale bombarda l’estate di Milano, nuvole gonfie invadono il cielo, abbracciano l’azzurro e lo trasformano in un manto maligno, contaminato.
Qualche centimetro più in là l’indice destro sfiora l’impugnatura della Sig, polimeri sintetici, il marchio della casa impresso a caldo.
Azzardo un fiato, in rapida successione una stilettata al centro del petto, dove il proiettile si è aperto la strada rasentando la velocità del suono.
In sostanza, una galleria nel costato, ossa spezzate, fluidi e carne morta.
Perturbazione lenta, contrazione delle pupille.
In alto, in uscita da un enorme corpo di cumuli due eliambulanze in giallo, il whoop whoop ovattato dei rotori sfrangia l’atmosfera cupa.
Immagino una telecamera in allontanamento dal mio corpo sdraiato a faccia in su, immagino il profilo delle case sotto la tempesta estiva, la sagoma imponente dei resti fumanti dell’edificio sulla destra, una splendida, compatta colonna di fumo oleoso al centro del tetto scoperto.
Immagino una ventina di cadaveri disseminati lungo la via, congelati dalla morte al riparo di un’auto, all’ingresso di un portone, facce stravolte dalla furia o dal dolore, sangue che scorre deciso sui marciapiedi, bossoli d’ottone che si raffreddano velocemente sotto lo scroscio.
Forse sorrido.
Prima.
- Le presento il tenente Di Falco, lui è lo speciale di cui le ho parlato. Tenente, il capitano Evangelisti del ROS.
- Tenente, per carità stia comodo.
- Capitano. Grazie.
Stretta di mano rigida, accenna il saluto. Un uomo alto, muscoloso ma niente d’ipertrofico, pizzetto curato, brizzolato, sui quaranta.
Il generale Stanizzi fa gli onori di casa osservandoci curioso, uno di fronte all’altro, scruta con sospetto il mio essere carabiniere sui generis, mai in nero e banda rossa, automatica infilata nei jeans, a contatto con la schiena.
Lo speciale leggermente più serioso, in giacca blu e polo, il tono complessivo è comunque lo stesso.
L’alto ufficiale apre una porta, una stanza in penombra, ancora convenevoli.
- Gradite un caffè?
Di Falco pare sorpreso, io deglutisco acido. L’ambiente è semibuio, odore di sudore, umori corporali.
Impossibile staccare gli occhi dall’uomo nudo legato alla sedia di legno, un faro alogeno puntato sul viso devastato dalle tumefazioni, rivoli di sangue rappreso sulla pelle nerissima.
Mi esce un filo di voce.
- Grazie generale, sto bene così.
All’interno altri due uomini, un biondo in camicia maniche corte, ciuffi di peli rossastri sugli avambracci muscolosi.
Un olivastro in disparte, appoggiato alla parete, sigaretta accesa tra le labbra, occhi di ossidiana, espressione feroce.
- Vorrei spiegare in breve come siamo giunti a questo.
Indica con un gesto vago il prigioniero. Il biondo versa un bicchiere d’acqua da una brocca di vetro e si concede un’unica sorsata.
Stanizzi nota la mia occhiata incuriosita.
- L’agente speciale Connelly da Langley, il maggiore Zeevi del Sayeret Matkal. Entrambi a supporto logistico dell’intera operazione.
Americani e israeliani, una stretta allo stomaco da togliere il fiato, impercettibilmente mi volto verso Di Falco, contrae la mascella, i pugni chiusi..
Un sontuoso nido di vespe.
- Il giudice Colombo mi ha convocato una settimana fa, hanno un fascicolo aperto su un ispettore, un certo Novelli e su un suo collega. L’indagine è operativa da un paio di mesi, la procura di Roma ha fatto i primi passi seguendo le tracce di una partita di cocaina, poi ha passato la palla a Milano, dato che i sospetti sono in forza a un commissariato di qui.
Spalanca una cartelletta stracolma di ciclostilati sul tavolo di formica verde marcio.
- Ticinese.
Il tenente, una voce bassa, quasi raschiata da ore di sonno in costante diminuzione. Un soldato. Alza un sopracciglio.
- Corruzione di pubblici ufficiali generale? Perdoni la perplessità.
Stanizzi non sorride, il suo è più che altro un ghigno da lupo.
- La cocaina è l’antipasto, il piatto forte mette paura, si doveva attendere le varie autorizzazioni per convocare voi. E loro.
Viene il mio turno.
- Un’operazione congiunta.
- E’ così capitano, considerata la gravità di quello che ci troviamo a dover fronteggiare era necessario mettere in campo una forza per così dire “importante”.
La parola si libra nell’ufficio come un insetto fastidioso.
Il raggruppamento operazioni speciali dei carabinieri è abituato ad essere chiamato in causa nel corso di un’indagine per proseguire e finalizzare il lavoro.
Si tratta in fondo di normali incarichi di polizia, solo i reati sono più gravi, specifici.
Per il GIS il discorso cambia radicalmente, nessuno ha mai messo in allarme la squadra speciale senza una reale, improvvisa emergenza.
Mai.
La natura stessa del reparto si basa sulla politica dell’argine rotto, esaurite le opzioni entrano in ballo loro.
Il fatto poi che mi trovi a osservare una sala torture con due agenti stranieri a fare da aguzzini in pieno centro di Milano non fa che sprofondare il tutto in un bel buco senza fondo.
Stanizzi ci guida in fondo al baratro.
- Abbiamo due problemi principali. Un mese fa un’informativa del SISMI ci ha avvisato di un coinvolgimento delle forze armate italiane. Novelli ha messo in piedi una bella rete di contatti entrando a tutti gli effetti nel giro grosso. Questo è il primo.
Esattamente due giorni dopo, la CIA in collaborazione con lo stato d’Israele ha chiuso il cerchio con la presidenza del consiglio, di conseguenza con il ministero. Dopodiché sono scattati tutti gli allarmi.
Uranio 235, otto barre svanite nel novantotto da una centrale atomica smantellata in Congo.
Il gelo, il vero gelo cala come una mannaia.
- Lei sta parlando di una bomba atomica?
- Non un’atomica in senso classico, stile Hyroshima, ma un ordigno “sporco”, semplice esplosivo al plastico collegato a scorie radioattive, persino a rifiuti da laboratorio radiologico. Danni enormemente ridotti alle infrastrutture, ottimo livello di contaminazione degli organismi biologici.
L’americano parla un italiano perfetto, inflessione appena accennata, dice proprio così “ottimo livello di contaminazione”.
- Lui è la chiave.
Stavolta l’accento è pesante, Zeevi controlla a stento la furia, stringe i pugni, sposta il peso da un piede all’altro, impaziente, molto, molto pericoloso.
- Vi presento l’ingegnere capo Raphael Bwuansolo. Lui ha tenuto i contatti con Novelli, lui sa dove e quando si vedranno riapparire le barre scomparse.
Fa un movimento curioso, una specie di torsione flessa. Con la coda dell’occhio noto Di Falco tendere i muscoli in attesa. Il maggiore fa partire un gancio devastante, l’africano incassa senza battere ciglio, la testa vola all’indietro, schizzi di sangue misti a saliva impattano sul muro.
Una mitragliata di goccioline rossastre.
Stanizzi rimane impassibile, poi lentamente alza gli occhi e il suo sguardo dice tutto.
Sapevamo che saremmo arrivati a questo, il punto era quando. Prelevare un cittadino straniero, incappucciarlo, cacciarlo a forza in un furgone, chiuderlo in un buco buio, sottoporlo a percosse e ogni tipo di vessazione psicologica.
Manuale della perfetta spia, pagina uno.
Solo che questo è il belpaese e vedere un generale dell’Arma discutere con un membro delle forze speciali d’Israele su come estorcere informazioni da un negro moribondo mi lascia un senso di vuoto al centro del petto.
Il maggiore apre la zip di una borsa, estrae una scatola di guanti lattice usa e getta, poi qualcosa di assolutamente imprevedibile che mi lascia sgomento.
L’americano passa sotto alle narici dell’uomo di colore una boccetta di sali, lo scatto del collo è quasi immediato. Il biondo fa schioccare le dita davanti agli occhi per essere sicuro che sia davvero sveglio.
- Lo scambio, dove e quando.
Il piccolo fiotto di sangue scappa fuori dalle labbra gonfie, la voce rantola umida.
- Non so, non so di cosa parli.
L’americano espira, la solita pantomima delusa, scuote la testa.
- L’hai voluto tu.
Si gira.
- Zeevi.
L’uomo si china e infila nella presa dell’alogena una spina collegata a un asciugacapelli, l’aria calda pervade, consueto rumore, odore di resistenze elettrice.
Stanizzi si gira.
- Non sarà piacevole, se volete potete non assistere.
Personalmente non riesco a muovere un passo, Di Falco è immobile, il maggiore si avvicina alla sedia mentre Bwuansolo mugola nella sua lingua una preghiera disperata, l’israeliano si abbassa sui talloni e punta il getto direttamente sui genitali dell’uomo.
In breve l’aria bollente fa il suo dovere, l’uomo si contorce, la pelle sfrigola.
L’urlo sale animalesco, Connelly si china.
- Puoi farlo finire adesso, adesso.
Non riesco in alcun modo a farmene una ragione, incrocio l’occhiata del tenente, sa di autentico disgusto.
- Generale.
I gemiti in sottofondo lacerano l’atmosfera corrotta.
- Abbiamo bisogno di questa informazione Evangelisti, lo capisce?
- Francamente signore no, non in questo modo.
Le parole straziate danno un taglio netto a tutto.
- E’ per stasera! STASERA!
I due stranieri sorridono, Zeevi allontana l’asciugacapelli, odore di carne bruciata, devo controllarmi per non vomitare.
Stanizzi alza il telefono.
- Appuntato, faccia chiamare un medico.
Connelly, ancora.
- Dove, a che ora?
Il prigioniero soffoca i singhiozzi, dalle gambe divaricate un filo di fumo e uno sfregio rosso sangue, perfettamente cauterizzato.
- Vicino alla stazione, alle sei, avranno, avranno l’appoggio dei militari che hanno pagato, faranno lo scambio tra due furgoni.
Il generale.
- Appoggio? Di che forza stiamo parlando? Quanti uomini?
- Non so, io non so, ho solo organizzato la spedizione, in modo che il materiale fosse al sicuro. Non so, vi prego, basta.
L’israeliano lo prende per i capelli, alza la testa per fissarlo meglio negli occhi, una scena incredibile, da cinema.
Sfortunatamente non vedo telecamere, regista, attori.
- Se hai mentito, bastardo di un negro, mi occuperò personalmente della tua famiglia.
Di nuovo nell’ufficio del generale, tutti e cinque.
- Il preavviso è decisamente breve, tenente pensa di essere in grado di dispiegare la squadra?
Di Falco pare assente.
- In due ore al massimo posso avere tutti qui, ma avremo bisogno di ulteriore supporto.
- Di questo lasci che sia io a preoccuparmi, abbiamo già in città una squadra del Tuscania, mi basta una telefonata. Veniamo a lei capitano.
L’americano interrompe il generale.
- Se mi permette signore, ne abbiamo già parlato, posso avere qui una squadra NEST in mezz’ora da Aviano.
Stanizzi lo fulmina.
- Agente Connelly proprio perché ne abbiamo già parlato speravo che il discorso fosse chiuso.
Una schiera di scorpioni mi risale la colonna vertebrale, le immagini dell’interrogatorio non se ne vanno.
- Il recupero del materiale sarà opera degli specialisti artificieri del ROS. La competenza territoriale è chiara, almeno finche l’Italia non rimarrà uno stato sovrano, siamo d’accordo?
La CIA sbuffa ma si adegua, il popolo eletto gioca con un accendino tra le dita ossute, non voglio pensare a cosa sarebbe toccato all’africano se non avesse parlato.
- Il preavviso è davvero breve anche per noi, ma farò arrivare in tempo da Parma la squadra antisabotaggio del SIS.
Faccio di tutto per mantenere un tono professionale sotto gli sguardi degli altri, la voce esce lo stesso incrinata d’orrore.
- Siamo intesi allora. Fate quelle telefonate e coordinate l’azione, io riferirò al ministro.
È un chiaro congedo, ci alziamo, Stanizzi esce seguito dagli stranieri, dalla porta semichiusa vedo due paramedici in tuta blu adagiare sopra una barella l’uomo di colore, deglutisco a vuoto.
Fuori è Milano di fine Luglio, rovente, acida di lamiere e smog in sospensione.
- Ti ho guardato. Era la prima volta vero?
Il GIS è passato a un “tu” colloquiale, a volte i gradi vanno a farsi fottere.
- Vuoi dire che per te non lo era?
Infila un paio di lenti scurissime, solleva il mento verso il cielo grigio antracite, intravedo una grossa automatica fuori ordinanza sotto la giacca.
- Con il team ci è capitato di andare, diciamo così, “oltre” con qualche mafioso, giù in Sicilia.
- Le botte le ho viste anch’io, ma questo.
Pare tagliato da un blocco di granito.
- La prima vittima della guerra è l’innocenza.
- Ognuno adegua questa frase al contesto che gli fa più comodo.
Sorride.
- Ragione da vendere, il tutto è molto triste e molto pericoloso. Oltrepassare certi confini significa non poter più tornare indietro.
- Cosa pensi dell’azione.
- Penso che i paracadutisti non basteranno. Dì ai tuoi di stare coperti, scorrerà sangue come non ne hai mai visto e questa SARA’ la prima volta.
Si allontana in silenzio, le mura della caserma di via Lamarmora sembrano dire “non pensate neanche ad entrare”, in alto dietro ai vetri blindati della garitta, un piantone mi osserva, le dita artigliate sul Beretta 70/90, un’arma da guerra.
La gente che si affretta intorno pare non vedere, non sapere, forse semplicemente non vogliono sapere.
Il brivido di freddo mi coglie impreparato.
Novelli è un uomo alto, un profilo acuto da rapace, zigomi spigolosi, vene nervose sul collo in tensione. Indossa un giubbotto di jeans assolutamente inadeguato alla calura sistematica che da qualche giorno schiaccia la città.
Attraverso le lenti antiriflesso del binocolo tattico individuo a tratti l’impugnatura di un Micro Uzi che fa capolino da sotto l’ascella sinistra.
Parla velocemente con un mediorientale a mezzo metro da lui, si sbraccia, ampi gesti del mento verso i due furgoni parcheggiati con cura su via Lepetit, poco più in là.
Il mediorientale pare la fotocopia di Zeevi, in più un paio di baffi sottili, ascolta con attenzione e annuisce.
Intorno il consueto andirivieni di umanità in transito, valige, uomini d’affari, turisti e l’esercito onnipresente di disperati che fa da contorno a qualsiasi stazione ferroviaria. Extracomunitari, tossici, barboni che barcollano in preda a chissà quale delirio alcolico.
Sospiro nell’aria rovente, il cielo ridotto a una tavola compatta, gocce di sudore che scivolano dalle dita direttamente sulla plastica dura.
Improvvisamente si aggiunge alla coppia un terzo individuo, basso, massiccio, si guarda attorno sospettoso, sovrintendente Giovanni di Buono, il numero due della catena di comando dell’organizzazione Novelli.
Stringe la mano al mediorientale e sibila una frase al suo capo, l’ispettore indica ancora una volta verso la via, l’affare è in corso.
Dall’auricolare viene un suono gracchiante, Di Falco in appostamento.
- A tutti, ho un doppio target identificato, chiedo conferma.
Come puro esercizio visivo provo a individuare gli uomini del GIS e i commandos del Tuscania appostati lungo tutta la via.
Fantasmi invisibili, premo il tasto.
- E’ un Roger da fiamma base. Target confermato.
Attraverso il poco orizzonte non occupato dalle case intravedo masse compatte di nuvole temporalesche in arrivo, il caldo si fa ancora più opprimente, devastato dall’umidità.
Il kevlar antiproiettile tormenta la schiena, cuciture in nylon antistrappo a tormentare la pelle, Sig Sauer nella destra, tremore costante delle dita.
Giù in fondo la transazione prende corpo, i tre uomini sorridono soddisfatti e si scambiano pacche compiaciute sulle spalle.
Un brigadiere del SIS passa un cellulare, la voce del comando risuona all’interno del microscopico ufficio di un garage dentro al quale ci siamo rintanati.
Stanizzi.
- Mi parli Evangelisti.
Essenziale, in attesa, sicuramente alla presenza di un bel mazzo di pezzi grossi, intelligence militare, governo e chi più ne ha più ne metta.
- L’incontro è avvenuto, ho una conferma visiva.
- L’Uranio?
- Due furgoni per lo scambio sulla scena. Richiedo luce verde.
Confabulare fitto dall’altra parte della linea.
- Disco verde, procedete.
- Roger, generale.
Piccola pausa.
- Capitano, non ci deluda.
Click.
Ancora quel brivido ghiacciato.
- A tutti, abbiamo il via, ripeto, luce verde.
È sempre così, durante un’azione sotto copertura, sotto la minaccia di variabili impazzite, partorite con odio dal cilindro di un mago crudele.
È sempre così, la città, gente che cammina inconsapevole, beve caffè all’interno di un bar, osserva le vetrine, parla al telefono, sale in macchina, variabili impazzite.
Immagino due auto senza contrassegni bloccare l’inizio e la fine della strada, le palette alzate, autisti che sbuffano, protestano, traffico in congestione improvvisa.
Immagino Di Falco impartire ordini istantanei, vibranti tensione.
Muoversi, muoversi, muoversi.
Il massacro è appena cominciato, si va in scena.
Il tempo congela.
La squadra GIS scatta per prima, un tiratore sui tetti da qualche parte controlla il teatro, gli altri quattro divorano l’asfalto scivolando attraverso gli sguardi spaventati, ombre nere eruttate, le canne delle armi protese in avanti.
Il pericolo è qui, il pericolo è solido efuso nella calura del momento, distillato attraverso gli spasmi dell’azione.
Io e quattro uomini del ROS scattiamo all’esterno armi in pugno, fucili antisommossa, mitragliette a tiro rapido, semplici automatiche da fondina.
Tutta la splendida torta di morte.
A qualche metro da me il tutto in sospensione si è infranto senza speranza di ricomporsi, le ombre nere del GIS saturano la strada in un lampo, i due poliziotti intuiscono, prevedono, il mediorientale respira il rischio.
L’inferno è libero di agire.
Novelli e di Buono si gettano a terra al riparo delle macchine parcheggiate, nello stesso istante estraggono le armi facendo scattare i percussori.
Il portellone laterale di uno dei due furgoni dello scambio si spalanca di colpo, sei uomini armati saltano all’esterno impugnando fucili d’assalto.
La gente realizza, la gente fiuta il rischio, l’animale prende il sopravvento, il panico fa scappare in ogni direzione, la mandria impazzita non ragiona più.
Invadono le linee di tiro, si urtano a vicenda, urlano senza speranza.
I primi due colpi sparati dal mediorientale verso gli uomini in nero impattano contro il garzone di un bar che assurdamente è riuscito a tenere in bilico il vassoio, quattro caffè e una minerale perfettamente posizionati per il trasporto.
La camicia leggera pompata dai blindati esplode verso l’esterno schizzando carne e sangue, il ragazzo si avvita senza emettere un suono.
Il silenziatore Cyclone fa il suo dovere, il cecchino del gruppo accarezza il grilletto del PSG1, il proiettile attraversa in silenzio la gola dell’uomo mentre fa il gesto di alzare di nuovo l’automatica verso i passanti.
Riesce persino a compiere un passo verso destra mentre parte della trachea si riversa sul tettuccio di una Twingo.
I sei indossano passamontagna e imbracciano AK47, il ruggito dell’Avtomat rimbomba lungo le case, attraverso gli androni, un tuono primordiale.
Il vecchio Mikhail sarebbe felice, i suoi prodotti hanno fatto il giro del mondo e non accennano a svalutarsi.
Bossoli d’ottone tintinnano sull’asfalto, Di Falco apre il concerto in risposta, controllando le raffiche con una perfetta flessione delle ginocchia lascia partire una salva di calibro nove.
L’espressione degli occhi è completamente nascosta dagli occhialoni neri, proteso in avanti, un passo strascicato dopo l’altro, un gigantesco cobra sul punto di balzare alla giugulare della vittima.
Due scagnozzi cadono all’indietro, i Kalashnikov che fiammeggiano verso l’alto, il corpo scosso dai sussulti.
Nel momento stesso in cui gli altri ricaricano, vedo spuntare da una via laterale una Croma a tutta velocità, l’auto compie un curva omicida in piena velocità e si piazza di traverso alle spalle dei quattro che si girano di scatto.
Incredibilmente dai finestrini appaiono le canne di due AR70/90, la palla è in mano al Tuscania.
Con una tecnica degna di una gang mafiosa anni venti i parà lasciano partire due lunghe scariche, praticamente due membri del commando nemico vengono tagliati in due dai blindati.
I superstiti scatenano un fuoco di copertura rabbioso, uno dei GIS incassa di brutto al centro del corpetto e in una coscia, cade spruzzando sangue da una brutta ferita, il proiettile fuoriesce da dietro e si perde chissà dove.
Mi sposto sulla destra salendo sul marciapiede, un brigadiere e un carabiniere scelto dietro di me, ci avviciniamo al riparo delle auto mentre sopra di noi la bava rovente delle scie dei proiettili s’intensifica, quando scorgo le gambe dei due uomini al centro della strada faccio un segno agli uomini al mio fianco e ci solleviamo di scatto.
Il botto sordo mi lascia senza fiato per un attimo, il brigadiere impugna un enorme SPAS 15, passamontagna nero viene sollevato dal livello stradale, il braccio sinistro si frantuma sotto la scarica di pallettoni, al suo posto un troncone sanguinolento, l’uomo si contorce sull’asfalto e dopo qualche secondo rimane immobile.
L’ultimo terrorista fa l’errore definitivo di spostare la canna del fucile d’assalto, la pistola sussulta tra le mie mani, un grosso foro slabbrato si apre nel cranio, fine dei giochi.
Con la coda dell’occhio vedo Novelli ancora accucciato al riparo con l’arma in pugno parlare concitato in una piccola tattica, qualcosa mi dice che i guai stanno per scatenarsi.
Quando il poliziotto corrotto alza di nuovo la mano armata verso di noi tre lampi neri sembrano materializzarsi alle sue spalle.
Il tenente e altri due commando gli piombano addosso prima che possa sparare anche un solo colpo, la faccia dell’uomo è schiacciata a forza sull’asfalto, le fascette di plastica si chiudono sui polsi segando la pelle.
- Fiamma uno a base, la zona è sicura.
Di Falco respira veloce, l’adrenalina che pompa al massimo.
- Di Buono?
- Due centri, baricentro piccolo. Il mio sniper ha chiuso la pratica..
- Fiamma base a comando mobile, fate venire gli artificieri.
Dal fondo della via, un grosso furgone blu schizza in avanti e raggiunge il marciapiede. Tre uomini si catapultano fuori, il più alto dei tre indossa la tenuta classica verde militare, grossi paraschegge gli ricoprono le gambe e il busto.
- Maggiore Forlani, è lei Evangelisti?
Lo conosco di fama, qualche pacco bomba, allarmi vari negli aeroporti, un uomo da timer all’ultimo secondo.
- Sono io, conosce la situazione, è in grado di farmi una stima sui tempi?
Si guarda attorno borbottando.
- Cristo che macello, tutto dipende dallo stato di conservazione del recipiente, soprattutto dal rischio che qualche proiettile vagante non abbia compromesso il tutto.
- Si dia da fare, aspetto una valutazione appena possibile.
Adora il suo lavoro e si vede, sorride come un bambino con in mano l’ultimo videogame appena sfornato.
- Non dubiti.
Di Falco si avvicina, la mitraglietta puntata verso l’alto, l’antiproiettile slacciato. Leggo la sua faccia e non mi piace per niente.
- Non è andata così male.
- Terrasini ha un bel buco in una coscia ma se la caverà, la stampa?
In lontananza vedo i furgoni delle televisioni che prendono possesso dell’area, intorno ai cameraman e ai giornalisti un nugolo di camicie azzurre.
- Per ora i cordoni tengono, ma sarà necessaria una dichiarazione, Stanizzi dovrebbe arrivare a breve.
Una maschera d’acciaio fuso.
- Fermalo, fermalo adesso.
Qualcosa si aggancia allo stomaco, qualcosa di acido e rovente.
- Spiegati.
- I militari, dove cazzo sono i militari di supporto, quelli sul libro paga di Novelli.
- Cristo santissimo.
Impugno il cellulare, al secondo squillo il generale risponde, rumori di sottofondo.
- Saremo lì tra poco capitano, tenga duro con i giornalisti.
- Generale è opportuno che le dica che la zona non è da considerare sicura, ripeto zona ancora sotto bonifica.
- Capitano! Siamo già in macchina, non possiamo rimandare.
- Generale, glielo ripeto, NON VENGA QUI.
Come uno spostamento d’aria. Un soffio leggero appena accennato, accompagnato da un sibilo lontano. Ci giriamo verso il fondo della strada ma il suono non proviene da lì.
Porto ancora il telefono all’orecchio.
- Generale se ne vada!
Attacco, Di Falco mi urla in faccia come un ossesso.
- Metti al riparo i tuoi, avvisa gli artificieri, FALLO ORA!
Non capisco, non riesco a capire da dove possa arrivare la minaccia, poi di colpo sorge il boato e con il boato, la tempesta.
Corro verso gli artificieri e li trovo con il naso per aria.
- Forlani! Forlani! Mettetevi al coperto, subito!
Dal furgone nero emerge il maggiore, indossa un’enorme tuta NBC con respiratore a bombole montato sulla schiena, non fa una piega. Il rumore ora è mutato in un tuono assordante che riempie il cielo.
- Capitano, mi permetto di ricordarle che stiamo per evacuare un numero imprecisato di barre di Uranio. Non la vedo facile scappare a gambe levate, ci protegga il culo e noi finiamo il lavoro.
Si gira come se niente fosse rituffandosi nel buio del vano carico.
Improvvisamente un’ombra oscura la luce del sole, i militari di cui parlava Di Falco.
Solo che quello che avanza sollevando mitragliate di polvere dal manto stradale e producendo un fischio lacerante non è un plotone di fanteria.
Un Harrier, un maledetto caccia a decollo verticale in pieno centro città.
Un bestione di quasi sette tonnellate a vuoto con armamento cacciabombardiere multiruolo, cannone rotante, lanciarazzi, dispenser napalm, bombe a guida laser, il tutto dotazione marina militare.
Rimango impietrito, completamente paralizzato dalla vista dell’aereo.
Avanza orientando i getti della turboventola Rolls Royce, inclinando di qualche grado la spinta, quel tanto che basta per farlo muovere in maniera simile a un elicottero, il muso basso in avanti, il vetro della cabina che rimanda riflessi specchiati.
Mi giro verso Di Falco e per una frazione di secondo posso leggere il panico anche nei suoi occhi, poi si getta al riparo e sparisce dalla mia vista.
Proprio in quel momento il pilota decide che è ora di darsi da fare, con una leggera pressione del dito accarezza il pulsante sulla cloche e l’inferno si materializza sotto forma di un uragano di piombo ad alta velocità.
Le cinque canne rotanti del cannone di prua vomitano torrenti di proiettili da venticinque millimetri, tutto quello che si trova sul percorso della scarica viene sgretolato dalla potenza dell’impatto.
Automobili, passanti acquattati, giornalisti increduli con i microfoni alzati, tutto svanisce in un mare di fiamme, di serbatoi che esplodono al tocco rovente dell’uranio impoverito.
Qualche metro di fronte a me il brigadiere con il fucile a pompa prende d’infilata una scarica, la testa esplode, il torso si disintegra in un fascio di carne lacerata. Proseguendo il percorso il caccia trova la Croma usata per l’assalto dai paracadutisti, i proiettili penetrano dal tetto scoperchiando la carrozzeria, giro lo sguardo, non sono in grado di sopportare la vista di quello che rimane degli uomini all’interno.
La corsa dell’Harrier s’interrompe, il pilota sale di quota e spinge a fondo le manette, il caccia subisce una brusca accelerata evitando i palazzi, numerosi lampi salgono dal livello stradale ma le armi leggere possono davvero poco contro la corazzatura del velivolo.
In lontananza lo vedo compiere un’ampia virata e programmare un nuovo passaggio, nessun dubbio, al prossimo giro scaricherà tutto quello che ha sotto le ali direttamente sulla strada, svaniremo in un’unica colossale palla di fuoco.
Cerco con lo sguardo Di Falco ma non lo trovo, il fischio del motore si fa dirompente, molto al di sopra della soglia del dolore, il muso punta deciso verso di noi.
Abbasso le braccia e slaccio il giubbetto antiproiettile, è decisamente ora di rilassarsi.
Nulla di tutto questo.
Nell’attimo stesso in cui so per certo di andare incontro a una fine ingloriosa l’auricolare gracchia metallico. Una voce gelida, tagliente come una lama, incredibilmente tranquilla.
- Marco, svanisci da lì. Al riparo, subito.
Il tenente del GIS, riemerso da chissà quale buco, la sua voce, quella voce.
Comincio a correre e faccio appena in tempo a buttarmi all’interno di un portone, l’uomo in nero è al centro della strada, mento alzato verso la cupola del caccia, qualcosa di allungato sulla spalla destra.
Uno Stinger, Di Falco punta in cielo uno stramaledetto missile antiaereo, un metro e mezzo di alto esplosivo e carburante, testata a ricerca di calore fire&forget.
Posso solo immaginare la faccia del pilota di fronte all’inevitabile, mentre l’aereo raggiunge la velocità d’attacco il missile decolla dal suolo con una fiammata poderosa che annerisce l’asfalto appena dietro al carabiniere.
A una distanza di poche centinaia di metri il sistema antiaereo brandeggiabile non lascia nessuno scampo, assolutamente nessuna via di fuga.
La testata colpisce a metà della carlinga con un botto spaventoso e un’onda d’urto che si propaga verso il suolo lasciandoci senza fiato per qualche secondo.
L’Harrier precipita verso il basso scavalcando i condomini, viaggiando attraverso gli isolati, il pilota prova a tenere una linea ma è un’impresa impossibile, disperata.
Poi, trova l’unico edificio al centro della piazza e colpisce.
La Stazione Centrale di Milano subisce l’urto alla fine della galleria di testa lungo i binari, il jp4 di cui sono riempiti i serbatoi esplode coinvolgendo il resto dell’armamento di bordo in un’unica fiammata luminosa, visibile a chilometri di distanza.
I tronconi incendiati e le macerie collassate investono due treni parcheggiati in attesa dei viaggiatori, il rogo è violento, le fiamme vengono alimentate dai materiali di cui sono costruiti gli scompartimenti.
Fortunatamente le decine di passeggeri e i loro accompagnatori stazionano verso il corpo centrale dell’edificio, nessuno viene ucciso, solo una squadra di manutenzione lungo un binario deve rifugiarsi all’interno di una cabina ignifuga dell’alta tensione, il fuoco lambisce i muri e torna a concentrarsi verso la più semplice distruzione delle carrozze.
In lontananza, il lamento delle sirene sale alto.
Come un fischio leggero, accompagnato da un vago senso di vertigine.
Sollevo il viso verso il cielo, gocce ghiacciate iniziano a cadere copiose.
- Ho rischiato, lo capisci vero? Dovevo rischiare.
Di Falco è al mio fianco, osserva la colonna di fumo, i cadaveri disseminati, occhi lontani, spenti.
- L’aereo ha colpito lontano, lungo i binari, hai rischiato giusto.
Un respiro profondo.
- Niente sarà più uguale a prima.
- Tutto è in divenire, anche la violenza.
- Una nuova generazione di Male assoluto.
- Potremo mai essere pronti?
- Non lo so Sergio, per quanto mi riguarda sarò qui a provarci.
Un’altra voce si sovrappone.
- Capitano!
Forlani, uno strano essere ballonzolante, fa il pollice alzato.
- Contenzione ultimata, nessuna fuga.
Dietro di lui quattro uomini lavorano attorno a un piccolo cingolato, fissando con cinghie di nylon alta resistenza una cassa di metallo nero al telaio di tubolari anodizzati.
- Quando ho frequentato il corso ufficiali a Casale si parlava di Mafia, Camorra, crimine organizzato. Cristo, come si definisce questo?
- Non saprei Marco ma.
- Capitano! Ancor Forlani, ma la sua voce, un tono allarmato.
Di nuovo il tempo congela, mi giro e mi sembra di muovere la testa in un sacco pieno di catrame liquido.
L’automatica è in mano a uno degli incappucciati stesi a terra, l’automatica è una caverna nera spalancata.
Adesso.
Credo che il tenente del GIS stia parlando, lo vedo proteso in ginocchio, goccioline di saliva schizzano sul giubbotto nero.
Non sento suoni, non provo dolore.
Poi, il tempo riprende il suo normale corso, vociare concitato, sirene, elicotteri che imbardano violentemente sotto le raffiche di pioggia e vento.
-…farmi questo scherzo del cazzo, non ci provare neanche! Tu prova solo a morire qui, adesso, e ti vengo a prendere all’inferno, maledetto sbirro!
Sorrido, Di Falco mi preme al centro del petto una qualche garza emostatica in dotazione all’infermeria del gruppo. Assaporo ancora le gocce di pioggia.
Tre paramedici spingono a forza di lato l’ufficiale, uno dei tre mi punta una lampadina negli occhi.
- Mi sente? Sa dove si trova?
- In un bel casino, sbaglio?
Le parole mi escono liquide, contratte. Il medico sorride.
- Ringrazi chi ha deciso di iniziare a produrre calibro nove, fosse stata una quarantacinque a quest’ora avrebbe una voragine nella schiena. Il proiettile è uscito schivando un polmone, a prima vista lei ha solo una costola spezzata, anche se ne avrà per parecchio.
- Mi sento davvero fortunato in questo momento.
Di Falco sorride.
- Coraggio mettiamolo sulla barella.
Lo spostamento provoca una lama di dolore inchiodata nella nuca, uno dei barellieri infila nel braccio senza tanti complimenti una flebo.
Alzo la destra verso il tenente, quando hai un buco nella carne scavato da un pezzetto di piombo, alcune parole diventano assolutamente necessarie.
- Sergio.
Si avvicina, rimettendosi a tracolla l’MP5.
- Grazie per tutto.
Mi tende la mano, l’identica stretta di ferro di quando ci siamo conosciuti.
- E’ stato un dannato piacere Marco.
Chiudo gli occhi godendomi il leggero torpore indotto dagli antidolorifici, penso all’organizzazione messa in piedi dall’ispettore corrotto, poliziotti a libro paga, militari di carriera senza scrupoli pronti a mettere al servizio di chiunque il loro addestramento, i loro mezzi sofisticati.
Le indagini coinvolgeranno livelli impensati, si protrarranno per anni.
Saremo pronti per questo?
Rabbrividisco, forse di freddo.
Fuori, Milano si lecca le ferite.